
Quando si parla di architettura contemporanea e delle figure che maggiormente hanno influenzato questo campo, non è possibile omettere Le Corbusier, una personalità talmente importante e di rilievo da essere sempre menzionato in tantissimi articoli di settore.
Il suo nome viene spesso affiancato ad altri grandi esponenti del Movimento Moderno come Alvar Aalto e Franck Lloyd Wright. Su Le Corbusier molte sono le cose da dire e se dovessimo parlare approfonditamente del suo stile e della sua visione dovremmo scrivere direttamente un libro a lui dedicato. Per comprendere, almeno in parte, la sua figura è sufficiente dire che tra il 2016 e il 2017 le sue realizzazioni son state ufficialmente inserite tra i patrimoni dell’umanità UNESCO, in quanto testimonianza di un nuovo linguaggio architettonico che rompe con il passato.
Con questa breve introduzione, speriamo di averti incuriosito e di spingerti a scoprire di più su colui che, da tutti, viene considerato il padre dell’urbanistica contemporanea. Oggi nello studio architetti Monza di Daniele Gabetta vogliamo ricordare e rendere omaggio a uno dei massimi esponenti dell’architettura contemporanea.
Le Corbusier era uno pseudonimo coniato dal Maestro stesso. Il suo vero nome era infatti Charles-Édouard Jeanneret-Gris e nasce in Svizzera nel 1887. Fu su consiglio di Amédée Ozenfant (pittore e teorico d’arte francese) se Jeanneret coniò il suo nome d’arte, preso in prestito dal nome di un trisavolo il cui dipinto era presente nella casa d’infanzia del Maestro.
Fin da giovane, Le Corbusier mostrò una grande propensione per le materie artistiche, arrivando anche a sperare di diventare un pittore professionista. Fu solo grazie al suo allora maestro, Charles L'Eplattenier, se il ragazzo venne allontanato dalla pittura e indirizzato verso un’arte più nelle sue corde e, nella quale, avrebbe donato tanto al mondo intero: l’architettura.
Ed è proprio negli anni degli studi che realizza il suo primo progetto, la Villa Fallet, commissionata da Louis Fallet, il direttore della Scuola d’Arte. Sebbene si tratti di una villa di piccole dimensioni, questa diede una grande spinta al giovane Le Corbusier, il quale decise di investire il denaro guadagnato con il progetto in un viaggio in Italia per approfondire e completare la sua istruzione architettonica.
Girò l’Italia in lungo e in largo rimanendo folgorato soprattutto dalla gestione degli spazi della Certosa di Ema a sud di Firenze. La sua voglia di scoperta e di sapere lo portò anche a Budapest e a Vienna prima di approdare a Parigi, città ai tempi densa di arte e in fermento culturale, proprio ciò che egli desiderava.
Fu proprio a Parigi che Le Corbusier cambiò e prese le distanze dal passato. Grazie ad un apprendistato presso lo Studio dei fratelli Perret, Le Corbusier entrò in contatto con le innumerevoli potenzialità del cemento armato, assimilando al contempo anche una nuova concezione architettonica: contrariamente a quanto appreso alla Scuola d’Arte, Le Corbusier si rese conto che l’architettura doveva essere un sintesi perfetta tra i veri bisogni dell’uomo e le moderne tecnologie di costruzione.
Questa nuova visione lo portò ben presto a non interessarsi alla sola architettura, ma anche all’urbanistica. Fu proprio in tale ambito che progettò un ipotetico agglomerato urbano pensato per ben tre milioni di persone e basato su una struttura ortogonale, arrivando così a risolvere quattro dei principali problemi delle città: la congestione del centro città, la densità della popolazione, le aree verdi e lo scorrimento dei mezzi pubblici di trasporto.
L’intero agire di Le Corbusier a livello professionale si sviluppò attorno a un punto fermo. Egli infatti, contrariamente agli architetti del passato, credeva fermamente che quando si parlava di architettura si doveva sempre trovare una scala umana, e cioè che i progetti non dovevano mai essere svincolati dai bisogni dell’uomo. Solo così l’architettura poteva creare popolazioni felici.
A tal riguardo rifiutò tutto ciò che era superfluo e strettamente connesso al mondo accademico: per lui la tendenza all’ornamentazione era inconcepibile e non necessaria.
Alle figure dei classici architetti, Le Corbusier contrappose gli ingegneri che, a suo dire, producevano inconsapevolmente edifici validi, poiché sempre volti a risolvere problemi reali, esattamente ciò che non facevano alcuni architetti troppo concentrati su ciò che lui considerava “deliri decorativi”. Così facendo Le Corbusier riabilitò lo stile degli ingegneri i quali riuscivano a rispondere ai problemi della società con soluzioni meccaniche e funzionali.
Da questa analisi scaturì l’idea di una casa come “macchina per abitare”, ovvero un luogo deputato alla semplice funzione abitativa e residenziale. L’assolvimento del compito principale di un edificio diventò la base dell’intero progetto spogliato di inutili e superflui abbellimenti.
Le Corbusier enunciò 5 pilastri sui quali doveva essere progettata una perfetta macchina per abitare, pilastri che sono poi diventati i principi basilare della sua architettura.
Il primo principio è definibile con la parola francese “pilotis”, ovvero pilastri. Le Corbusier voleva sollevare la casa dal terreno sottostante risolvendo così il problema dell’umidità, ricorrendo ad alti pilastri in cemento armato. Il terreno libero sottostante poteva essere utilizzato per creare garage per macchine, aree verdi o addirittura per far passare strade così da migliorare la viabilità urbana.
I tetti-giardino o tetti-terrazza sono il secondo principio e avrebbero aiutato le persone a recuperare il loro rapporto con la natura, oltre a coibentare in maniera del tutto naturale i piani superiori.
Se prima la pianta di una casa era influenzata dai muri portanti, Le Corbusier postulò una pianta libera e non più schiava di tali muri. Tutto ciò fu reso possibile da uno scheletro portante realizzato in cemento armato che eliminava l’esigenza dei muri portanti e permetteva all’architetto di godere di una maggior libertà progettuale.
Il quarto postulato era la finestra a nastro. Considerando che la casa pensata da Le Corbusier e realizzata in calcestruzzo armato era spoglia di qualsiasi abbellimento, era possibile tagliare tutta la lunghezza delle facciate per inserire lunghe finestre in grado di innondare gli interni di luce naturale.
Oltre alla pianta libera, Le Corbusier pensò anche alla facciata libera: grazie allo scheletro portante in calcestruzzo armato era possibile realizzare facciate con elementi verticali e orizzontali, utilizzando gli spazi vuoti a proprio piacimento.
Villa Savoye situata in Francia a Poissy è la perfetta declinazione delle idee di Le Corbusier e mostra come sia possibile progettare e realizzare una casa funzionale abbandonando inutili abbellimenti esterni, senza per questo rinunciare completamente all’estetica.

Noi dello Studio di Daniele Gabetta, Architetto Monza, non vogliamo concludere questo articolo-omaggio al grande Maestro senza menzionare il suo amore e la sua attenzione per l’urbanistica. Se Le Corbusier è stato duro con i propri colleghi architetti, è stato ancora più spietato quando ha analizzato le città e come erano state concepite, definendole ricche di paradossi e inefficienti. In particolare si soffermò più volte sull’inefficiente circolazione veicolare che porta sempre a ingorghi e perdite di tempo, abitazioni inadeguate alla vita moderna e ricche di elementi superflui.
Lui immaginò una città fatta di grattacieli divisi da ampie strade, lussureggianti aree verdi e percorsi pedonali. Le sue idee furono meglio declinate nel 1933 quando sviluppò a livello teorico la “Ville Radieuse”, la città radiosa del domani dove l’uomo non solo vive una vita migliore, ma recupera anche il suo rapporto con la natura.
Basta un occhio al progetto di questa città per comprendere meglio cosa immaginasse Le Corbusier: il tanto odiato asfalto lasciava posto ad ampi parchi, le abitazioni si sviluppavano in altezza, liberando così terreno prezioso che poteva essere utilizzato per altri scopi, il centro città decongestionato dal traffico e alla base dei palazzi vi erano i parcheggi delle auto, con accesso diretto alle principali strade.
Ancora una volta si vede come l’architettura, l’urbanistica e la progettazione delle aree e degli spazi devono essere al servizio dell’uomo, devono essere funzionali, essenziali, ma al contempo contenere tutto ciò che serve per vivere una vita di qualità. Le parole d’ordine diventarono quindi “liberarsi del superfluo” e “architettura a misura d’uomo”.
Considerato il suo impegno e i numerosi progetti realizzati, non c'è da stupirsi se leggendo riviste di architettura ci si imbatte sempre nel suo nome: Le Corbusier ha dato un grandissimo contributo all'architettura e all'urbanistica, essendo tra i primi a sentenziare come entrambe debbano essere al servizio del benessere umano e limitandosi ad assolvere ai compiti per le quali sono state pensate.
Se questo pensiero è stato rivoluzionario, è anche vero che le case devono essere al servizio dell'uomo, senza dimenticarsi il rispetto per l'ambiente e la sostenibilità globale. È proprio la sostenibilità ambientale ad essere al centro dell'attenzione nello studio architetti Monza di Daniele Gabetta, perché è da tale sostenibilità che deriva il benessere umano.
Nel portfolio dell'Architetto Gabetta troverai una selezione di progetti sui quali l'Architetto Gabetta e il suo team di professionisti hanno lavorato e tra questi spiccano le numerose partecipazioni al progetto di CityLife Milano. In attesa di scoprire cosa ci riserverà il futuro e in quale direzione andrà l'architettura, consulta i servizi del nostro Studio, con particolare attenzione per il servizio di tele-architetto, grazie al quale puoi entrare in contatto con l'Architetto Gabetta senza recarti fisicamente in studio.
Per maggiori informaizoni o per fissare un appuntamento, contatta lo Studio.
Daniele Gabetta, Architetto a Monza - P.IVA: 08198260963
Tel. +39 340 3056070 E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
© 2017 -
All rights reserved - Realizzazione Sito Web & SEO
di Made in Magic, Web Agency Milano.