
Quante volte, persi tra le strade delle nostre città del cuore in giro per il mondo, abbiamo alzato lo sguardo su opere di architettura contemporanea. E non abbiamo creduto ai nostri occhi. Edifici imponenti, linee curve e squadrate fuse alla perfezione insieme a giochi di luce e materiali.
A pensarci bene, pare quasi di vivere in un film quando si parla di architettura contemporanea, un film ambientato ai giorni nostri dove famosi architetti, spesso chiamati "archistar", danno vita a edifici pubblici e privati di grande magnificenza, a idee che mai avremmo creduto possibili e che, ancora una volta, ci rubano un'espressione di stupore. Ammirando queste architetture ci viene voglia di scoprire la quotidianità degli architetti, ma non è sempre possibile: per fortuna ci ha pensato Netflix, la famosa piattaforma di streaming che, contrariamente a quanto si pensa, non si dedica solo a film e serie TV, ma dedica parte del suo catalogo anche a documentari di attualità.
Nel nostro Studio guidato da Daniele Gabetta, Architetto Monza, abbiamo deciso di dedicare alcune delle nostre serate a fondere due nostre passioni: Netflix e architettura contemporanea.
A unire il fascino delle opere dei più celebri architetti contemporanei alla voglia di passare una comoda serata sul divano, ci ha pensato proprio Netflix. Il colosso americano dell’intrattenimento ci ha regalato una serie di interviste a cura di Luis Fernandez Galiano, Conversaciones con. Numerosi sono gli architetti che avrebbero meritato di prendere parte al documentario, ma si è stati ovviamente obbligati a selezionarne solo alcuni, puntando sulle loro diversità. Gli architetti che hanno deciso di partecipare sono:
Ogni puntata dura 50 minuti durante i quali l'architetto si racconta, non solo come artista, ma anche come uomo: dai ricordi di infanzia alla formazione, fino a giungere alle loro opere di architettura contemporanea.
Dell’italianissimo (e genovese) Renzo Piano noi dello Studio di Daniele Gabetta, Architetto Monza vi avevamo già parlato: dal workshop del 2017 insieme allo studio architetti RPBW per il Palais de Justice fino alla sua visione unita a quella di grandi nomi italiani come Aldo Rossi e Massimiliano Fuksas.
Qui però lo vediamo per un momento spogliato del suo nome, affiancato prima a quello del padre e successivamente a quello di Franco Albini, che segna per sempre la sua formazione. Da allora, i viaggi e l’internazionalità, tra Londra e Parigi, alla quale dedicherà poi l’opera magna, il Centre Pompidou.
E quell’uso improprio di “architettura hi-tech”, dal quale fa emergere la sua visione unita alla vocazione politica. Un’architettura che porta avanti la luce e l’artigianalità e che non vuole confinare il sapere, come con i laboratori di quartiere a Otranto.
E che rimane fedele alla sua terra e alla sua Genova, come dimostra il Viadotto Genova San Giorgio, progettato e realizzato dopo la tragedia del Ponte Morandi.
Portoghese, classe 1933, l’architetto Àlvaro Siza, Leone d’Oro alla Carriera, torna indietro nel tempo.
Ai grandi pranzi di famiglia, alla passione del disegno, al sogno della scultura tradotto in indirizzo di architettura presso la Universidade do Porto, dove trova la sua vocazione.
Un uomo che crede così tanto nella tradizione dal volerla superare a tutti i costi, dal Ristorante Boa Nova e la Piscina das Marés fino al coinvolgimento nel progetto di edificio residenziale di Kreuzberg a Berlino e alla Fondazione Iberê Camargo a Porto Alegre.
Esigenza di stare al servizio della comunità unito alla sensibilità per un’architettura sostenibile portano sono i pilastri del pensiero di Siza, che ancora oggi continua a lavorare al fianco del collega Eduardo Souto de Moura.
Insieme a Àlvaro Siza e Fernando Tavora forma il trio della Scuola di Porto, che dell’appartenenza alla propria terra fanno insieme croce e delizia – nel quale, però, non ama riconoscersi.
Il carattere schivo e lontano dai media di Souto de Moura è noto infatti quasi quanto i suoi progetti. Figlio di un medico, la scalata verso l’architettura non fu facile, così come non fu facile vivere negli anni del fermento politico e della lotta di classe.
Ma la determinazione spesso è una roccia, o meglio una pietra - tra i materiali a cui l’architetto è sempre stato più affezionato, insieme al recupero dei materiali locali, in un’ottica di architettura sostenibile.
Progetti di architettura contemporanea, dal convento di Amares al Padiglione della conoscenza dei mari per Expo 2000 o il cimitero di Hoog-Kortrijk in Belgio, simbolo di una grande partecipazione umana e di comunità.
Un uomo, prima che un architetto, al servizio della comunità, del contesto e della memoria storica.
Americano del New Jersey, Peter Eisenman doveva fare il chimico, a detta di suo padre. Ma la vocazione, quella vera, era altrove, e grazie a Manfredo Tafuri, fu in grado di farla vedere al grande pubblico.
Grande amante del Razionalismo italiano, Eisenman legò la sua idea dell’architettura contemporanea al legame tra gli opposti, ma soprattutto alla capacità di trasformarsi.
Dalla sperimentazione del Wexner Center for the Visual Arts per l’Ohio State University, si fece fautore di una nuova corrente di regole costruttive.
La sua attività si sposta in Oriente, con il Nunotani Building di Tokyo e rimbalza di nuovo in Occidente, fermandosi per il celebre ed emozionante Monumento alla Shoah a Berlino, fino a tornare in patria, negli States, con l’University of Phoenix Stadium.
Oggi Eisenman è tornato alla cattedra e insegna presso la prestigiosa Università di Yale.
Londinese di sangue e di status (gli è stato donato il titolo di baronetto dalla Regina Elisabetta II) esordisce insieme all’amico e collega Richard Rogers con cui fonda lo studio architettura Team 4.
Ma prima dell’architettura, Foster era innamorato della fantascienza: forse è proprio da quei mondi futuristici che parte la sua filosofia, prima di incontrare il fascino di Le Corbusier prima e l’architettura di Utzon e Palladio poi.
Un modo di fare architettura contemporanea che guarda sempre in alto, dalla cupola del Reichstag di Berlino alla Torre del Collserola di Barcellona e soprattutto all’enorme terminal dello Stansed Airport, dove sperimenta materiali e volumi.
E non si tratta di humour inglese quando si parla di occhio lungo: la voglia di superare i confini passa da Mastar City ad Abu Dhabi e vola con il terminal aeroportuale di Hong Kong fino ad atterrare…sulla Luna.
Non un eufemismo: Foster ha iniziato a immaginare le possibili abitazioni sul Satellite, con uno studio sulle resistenze dei materiali e delle forme idonee a gestire la differente pressione atmosferica.
Insomma, Lord Norman Foster è diventato grande, ma è rimasto bambino abbastanza da tradurre la passione per la fantascienza tenendo i piedi sulla Terra. E non solo.
La passione per l’architettura contemporanea, noi l’abbiamo portata fino al nostro studio architetti Monza. Ma nel frattempo, con il telecomando in mano, vi abbiamo fatto fare anche un bel giro. Abbiamo così scoperto che questi famosi architetti, una piccola selezione tra i grandi nomi, non vedono l'architettura fine a sé stessa o come mera sperimentazione, ma come un'arte al servizio della comunità, di un mondo sempre più attento alla salvaguardia dell'ambiente.
L'architettura contemporanea diventa sempre più architettura sostenibile, un filone che abbiamo abbracciato da tempo anche nel nostro studio architetti Monza. Insieme a Daniele Gabetta, Architetto Monza, portiamo avanti un chiaro esempio di questa architettura sostenibile: il complesso residenziale Quinta Essenza. Si tratta di un edificio completamente nuovo e dotato delle più moderne tecnologie utili non solo per il comfort abitativo, ma anche per la riduzione dello spreco e dei consumi in termini di riscaldamento.
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